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MEMORIA STORICA:

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"Beato quel popolo che non ha bisogno d'eroi", ci ha ammonito Bertold Brecht

di Franco Giordano

su Liberazione del 28/07/2007

"Beato quel popolo che non ha bisogno d'eroi", ci ha ammonito Bertold Brecht. E io qui non voglio scrivere per onorare l'eroe Giovanni Pesce, ma l'uomo, il comunista, il combattente antifascista per la libertà e per la democrazia spentosi ieri. Perché, come le parole di Brecht, la storia della resistenza e le tragedie del Novecento dovrebbero averci insegnato una volta per tutte che non esiste gesta più eroica che esser semplicemente donne e uomini.
Per la generazione di Giovanni Pesce diventar donne e uomini è stato un obbligo precoce. E diventare eroi è stata, forse, quasi una condanna. Sì, una condanna. Pagata al prezzo di famiglie, amici, fratelli di lotta e di ideali persi in troppi e troppo presto. Il prezzo di un orrore rimasto indelebilmente fotografato sul fondo delle pupille. Che è poi il prezzo della libertà di cui godiamo quotidianamente il frutto, talora inconsapevoli, spesso immemori.
Negli occhi, nelle parole, nella memoria e nella tempra di Giovanni Pesce era inscritto il fondamento vivo della nostra Repubblica. E ora che si sono spenti non si può non provare uno smarrimento profondo per l'ineluttabile venir meno di quella memoria diretta, del ricordo vissuto di quelle donne e uomini che come lui sono stati fondatori della nostra repubblica. Ragazzi cui sono state sottratte troppo presto tutte le illusioni, tramutate in libertà da riconquistarsi al prezzo della vita e della morte. Giovani costretti a darsi alla macchia poco più che adolescenti e a diventar più maturi e responsabili di quanto si possa pensare di chiedere a qualunque giovane.
Giovanni Pesce ci ha raccontato nelle pagine scarne dei sui libri ("Senza tregua", "Un garibaldino in Spagna") l'inevitabile e inarrivabile crudezza di quelle esperienze, della guerra, della resistenza gappista. Dall'adolescenza in Francia, alla gioventù di volontario in Spagna, alla resistenza in Italia, Pesce ci ha narrato senza compiacimento alcuno l'avventura di una riconquista che si chiamava libertà, la ferma consapevolezza di ogni prezzo pagato e fatto pagare a difesa della democrazia, la lucida coscienza antifascista in cui una generazione ha trovato il fondamento del proprio essere comunista, che ha fatto di quell'impegno politico uno strumento di lotta per il presente e una speranza per il futuro. Quella speranza per cui Pesce ha scelto anche Rifondazione comunista.
Le sue pagine ci restano. La sua voce invece si è spenta. E con essa la sua narrazione in prima persona: la passione e l'avventura di un giovane comunista costretto a farsi uomo e eroe semplicemente per incarnare i suoi ideali di libertà. Perché questo era Giovanni Pesce: semplicemente un uomo, e un comunista. Di quegli uomini che hanno attraversato la storia facendosene carico.
Ricordo, poco più di un anno fa, che ci incontrammo a un Comitato politico di Rifondazione. Mi ha sempre colpito come fosse lui, anziano dall'aura eroica, a farsi largo per venire ad abbracciare noi più giovani. E ricordo come in quell'occasione mi confidò che la cosa che lo rendeva più felice era andare a parlare nelle scuole e trovare tanto ascolto e attento da parte dei giovani per la storia raccontata da protagonista diretto, quale lui era stato. "Questa è la mia missione di vita", mi confidò. Era una delle ultime volte che ci vedemmo.
Con Giovanni Pesce si è spenta ieri un'altra voce vissuta e viva della lotta antifascista, un'altra memoria si è secolarizzata in storia. Ci rendiamo tristemente conto che quel che per decenni ci è stato raccontato dalle voci, dalle lacrime, dalle piaghe dei protagonisti, va disponendosi immobile negli archivi, nelle biblioteche e nelle cineteche.
E a noi, comunisti di Rifondazione, non può darsi altra missione che far proprie quelle memorie di uomo, di comunista, tramandateci da Giovanni Pesce. E non per farci vestali di un'epica eroica scolpita nel marmo, ma per tener viva quella dolorosa necessità d'esser semplicemente donne e uomini liberi. Consapevoli che quel secolo insieme di straordinarie speranze di massa e di gigantesche tragedie che è il Novecento ci ha insegnato per sempre che "non c'è futuro senza memoria".

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