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POLITICA INTERNA:
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Piove, governo ladro
di Bruno Steri
su redazione del 29/07/2007
E’ in uscita il secondo numero della rivista ‘Essere comunisti’: tra qualche giorno arriverà agli abbonati e sarà disponibile in molte librerie e Feste di Liberazione. Presentiamo qui l’Editoriale di Bruno Steri
Una grave battuta d’arresto
Piove sul bagnato. Scriviamo, avendo appena preso atto dell’ipotesi di accordo su pensioni e legge 30. Un brutto passaggio, che segnala ancora una volta (come già fu per la legge finanziaria) il prevalere dei condizionamenti esercitati sull’esecutivo dalla sua parte moderata, secondo i desiderata di Confindustria e in ossequio ai dettami della Banca d’Italia e dell’Unione Europea. Più in generale, si conferma la filosofia di fondo cui si è ispirato sin qui il governo Prodi, in particolare per il tramite del suo ministro dell’Economia: il feticcio del rigore – solo apparentemente neutro – dei conti pubblici, posto a sigillo del permanere (ed anzi dell’approfondirsi) delle divaricazioni di reddito e di classe. Nessuna svolta, dunque – nonostante fosse stata fatta balenare in campagna elettorale – nessun deciso segnale di controtendenza rispetto alla pesante eredità di questi anni. Resta, invece, la fotografia impietosa del declino sociale del nostro Paese: in tema di occupazione, redditi da lavoro, pensioni.
In relazione al primo parametro, il dato spesso sbandierato del decremento della disoccupazione – in realtà truccato dal fatto che diminuisce l’offerta di chi cerca attivamente lavoro – rivela la sua illusorietà non appena si guardi al tasso di occupazione, cioè al più significativo rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa: qui l’Italia si ferma al 58%, rispetto ad una media europea del 67% e ben lungi da quel 70% prefigurato a suo tempo a Lisbona per il 2010. Dal 2002 al 2006, il reddito familiare cresce appena del 2,0%: ma, mentre nei nuclei con un capofamiglia lavoratore autonomo cresce dell’11,7%, dove c’è un capofamiglia lavoratore dipendente diminuisce del 2,1% (questi dati sono inclusi nel Rapporto preparato dal dipartimento di Economia Pubblica dell’Università di Roma, di cui pubblichiamo in questo fascicolo la parte relativa alla previdenza). Le medesime “asimmetrie” di classe si evidenziano nell’indagine condotta da Mediobanca nel 2006 su un ampio campione di grandi imprese: dal 1974 al 1996, la quota di ricchezza prodotta che va al lavoro passa dal 70% al 53%; nel 2005 scende ancora al 48%. Nel medesimo periodo, i profitti salgono dal 2 al 16% (cfr. Galapagos su Il Manifesto del 3-7-07).
Quanto poi alla terza delle voci anzidette – le pensioni – si è ripetutamente quanto inutilmente detto con solidissime argomentazioni e dati incontrovertibili che, se un’emergenza sussiste, essa non è di natura finanziaria ma piuttosto sociale: i conti dell’Inps, al netto degli oneri impropri che dovrebbero andare a carico della fiscalità generale, sono in buona salute; al contrario di quelli della grande maggioranza dei pensionati, presenti e futuri (nel merito, si può leggere su questa rivista il citato intervento di Felice Roberto Pizzuti e, nel numero precedente, il contributo di Maurizio Zipponi). L’accordo appena siglato offre pochi euro in più alle pensioni minime, attenua temporalmente l’impatto dello “scalone” e riduce (non è chiaro di quanto) la platea degli interessati, esentando i cosiddetti lavori “usuranti”; ma ne conferma - e, per certi versi, ne aggrava - le conseguenze strutturali, sia dal punto di vista dell’innalzamento dell’età pensionabile che da quello della prevedibile riduzione dei coefficienti di trasformazione (affidata alle indicazioni di una commissione) e, dunque, della consistenza degli importi di pensione. Con buona pace delle giovani generazioni, chiamate ripetutamente in causa da una vergognosa campagna di disinformazione, le quali vedono perdurare la loro condizione flessibile e precaria. La legge 30, infatti, doveva essere “abrogata”; ci si è poi accordati per “superarla”; ci si accontenta, oggi di “completarla” (come osserva Montezemolo).
I vincoli strutturali dell’azione di governo
La vicenda delle pensioni - che unitamente allo “scippo” del Trattamento di fine rapporto configura un’ulteriore spallata al già depotenziato sistema della previdenza pubblica - assieme alla mancata correzione del regime di precarietà del lavoro sono episodi non riducibili ai loro pur pesanti effetti materiali, alla loro posta per così dire vertenziale. Essi si inquadrano infatti in una concezione generale della politica economica, cui la parte moderata della coalizione di governo soggiace, che vede la tutela del lavoro (e del post-lavoro) come una variabile sempre più dipendente dalle esigenze dell’impresa capitalistica. Il quadro dei riferimenti strutturali è noto, ormai, dall’adesione alla moneta unica europea in poi. Con tale adesione è infatti venuta meno la possibilità per i governi di favorire il nostro export agendo sul tasso di cambio della moneta nazionale e ricorrendo – come avvenuto per tutto il tempo della Prima Repubblica – alle cosiddette svalutazioni competitive. Nel contempo, il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht hanno vietato la possibilità di avvalersi di margini di spesa in disavanzo. Quel che resta per reggere il mercato – stanti, ovviamente, le inamovibili rigidità della valorizzazione del capitale – è la pressione sulla forza lavoro: in termini di flessibilizzazione del rapporto di lavoro, compressione dei costi, austerità nella gestione dei conti pubblici e nell’erogazione dei servizi essenziali. A tale quadro di compatibilità non si è di fatto sottratta l’impostazione “social-liberista” dei governi di centrosinistra. Parimenti, quando il Governatore della Banca d’Italia interviene a chiudere seccamente la querelle dei “politici” sulle pensioni e ribadisce la perentorietà dei vincoli di bilancio, egli non fa che interpretare, in relazione ad un caso esemplare, la medesima ispirazione che ha posto a stella polare del Trattato costituzionale europeo la competitività d’impresa e le auree leggi del mercato. Il tutto, appena temperato da modalità attuative che ammorbidiscono l’impatto senza però smentire la sostanza delle scelte. Così oggi il governo allunga la durata complessiva della permanenza al lavoro nello stesso momento in cui i giovani permangono nella vana ricerca di un lavoro buono e stabile e, paradossalmente, quando le aziende ricorrono massicciamente ai pensionamenti anticipati. In ciò sta la portata “simbolica” (per usare un’espressione del segretario di Rifondazione Comunista) di questo passaggio: un passaggio che le lavoratrici e i lavoratori italiani non a caso sentono come discriminante.
Nel determinare il punto di caduta di questa delicata trattativa ha pesato, ovviamente,
l’atteggiamento delle parti sociali e, tra esse, quello del più grande sindacato italiano, la Cgil. Ha prevalso il pensiero di evitare il peggio, la volontà di offrire sin dall’inizio una sponda costruttiva, un’interlocuzione disponibile all’accordo. Ciò ha influito negativamente sull’esito, precludendo – davanti ai contraddittori tentennamenti della controparte – la via della mobilitazione dei lavoratori. Come ha giustamente rilevato il segretario della Fiom, tale rinuncia ha consegnato per intero la discussione al peso dei rapporti di forza interni alla coalizione di governo. Ora la parola passa al Parlamento e alla possibilità (per la verità assai problematica) che, prima del voto, si riesca a strappare una modifica delle proposte: sulle pensioni, solo Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Fiom hanno espresso una valutazione chiaramente critica dell’accordo. Ma, prima e soprattutto, la parola deve passare alle lavoratrici e ai lavoratori: ad essi è, a questo punto, affidato il non lieve compito di trovare la forza per un sussulto di dignità e di lotta che altri non hanno inteso sin qui rappresentare.
I contenuti, bussola dell’unità a sinistra
La vicenda in questione risulta comunque paradigmatica anche in relazione ad altri importanti capitoli della discussione a sinistra e, in particolare, nel Prc. Penso che nel nostro partito non vi sia alcuno che non percepisca distintamente e con viva preoccupazione gli effetti involutivi precipitati sul quadro politico a seguito della costituzione del Partito Democratico. Come a più riprese e da molti argomentato, tale evento è il segno di uno spostamento a destra nella vita politica, ma anche - più in profondità - nelle pieghe della società del nostro Paese. Esso esprime, sul piano dei fondamenti culturali e delle idee-forza ancor prima che su quello delle scelte di linea politica, il prodursi di una torsione moderata che ha radici non solo qui in Italia e che sancisce il farsi largo su scala continentale di una tendenza all’ “americanizzazione” degli assetti politico-istituzionali e dei rapporti sociali. Al centro di questo processo sta la rappresentanza del conflitto di classe: nella misura in cui si offusca il profilo di una chiara rappresentanza del mondo del lavoro, guadagna terreno il primato della logica d’impresa.
Di qui, dalle stesse dimensioni della sfida, viene l’esigenza di uno scatto unitario della sinistra di alternativa. Beninteso, noi di ‘Essere comunisti’ avvertimmo ed esplicitammo a chiare lettere tale esigenza ben prima che Fausto Bertinotti lanciasse il suo sasso nello stagno e proponesse le sue riflessioni sulla necessità di una “massa critica” e dell’apertura di un “cantiere” della sinistra. Non è dunque questo il punto critico della discussione. Il vero nodo del contendere è che tale sacrosanta esigenza non ammette però, foss’anche in ragione della sua urgenza, alcuna forzatura politicista. Il Comitato Politico Nazionale degli scorsi 14 e 15 luglio sembra abbia dissipato gli equivoci: nessuno parla (né pare abbia mai parlato) di scioglimento di Rifondazione Comunista. Ne prendiamo atto. E stiamo all’impostazione che del tema ha ancora una volta fornito Franco Giordano (peraltro ribadita su questa stessa rivista da Walter De Cesaris): accanto al consolidamento e al rafforzamento di Rifondazione Comunista - che resta il vero e concretissimo motore di una linea di alternativa, l’elemento anomalo e irriducibile a qualsiasi progetto di normalizzazione politica e sociale - la strada maestra è la ricerca dell’unità a sinistra a partire dal perseguimento di un’unità d’azione, di uno stretto coordinamento sui contenuti. Ma proprio tale ineludibile vincolo dei contenuti sta lì a dimostrare che il suddetto compito, per quanto necessario, non è affatto semplice. A clamorosa testimonianza di ciò stanno le valutazioni significativamente divergenti fornite in merito all’ipotesi di accordo sulle pensioni. A differenza di Prc, PdCI e Fiom, i Verdi e Sinistra Democratica hanno sostanzialmente avallato l’ipotesi di accordo. Come abbiamo sin qui detto, non si tratta di una questione secondaria. Così come non ci paiono bagattelle quelli che sino ad oggi sono stati i giudizi sulla Bolognina, sull’intervento in Kosovo, sul Trattato costituzionale europeo, sull’impostazione bipolarista, sull’essere o meno “sinistra di governo”. Su queste basi, è già complicato - seppure ineludibile - percorrere la strada dell’unità politico-programmatica: a maggior ragione, qualunque interpretazione che conducesse a forzare tale processo nel senso di una precipitazione organizzativistica risulterebbe del tutto fuori luogo e, quel che è peggio, fuori dalla realtà. In questo senso, a nulla vale evocare processi “costituenti” o metaforizzare descrivendo fiumi che confluiscono in un unico lago: tante parole evaporano davanti alla dura lezione dei fatti.
Due compiti ineludibili
Per essere davvero concreti e spingere in avanti il difficile contesto in cui ci muoviamo, sono da percorrere almeno due strade.
In primo luogo, vanno consolidati e valorizzati gli importanti elementi di novità che l’odierna congiuntura politica presenta. Ne cito due, concernenti altrettante forze partitiche. Non era affatto scontato che la sinistra Ds formalizzasse la sua autonomia politica e rifiutasse l’approdo al Partito Democratico. Questi compagni si sono salutarmente contrapposti alla deriva moderata e, con essa, alla sparizione di una grande tradizione della sinistra del nostro Paese, quella appunto socialista. Si tratta di un fatto di indubbio rilievo storico. Essi lavorano ad un loro progetto politico, che è aperto a tutta la sinistra, pur mantenendo legittimamente i propri caratteri ideali e i propri riferimenti internazionali. Non vi è dubbio che con questi compagni, al di là delle divergenze cui abbiamo accennato, occorra proseguire e precisare le modalità di interlocuzione. Essi rappresentano una forza essenziale nel campo della sinistra di alternativa e il loro contributo resta decisivo per le battaglie che ci attendono in Parlamento e nella società. Ma è dal basso, dai territori che bisogna partire, cercando le risorse per concretizzare percorsi unitari sui due terreni generali che hanno dato impulso ai movimenti di massa di questi anni: l’opposizione alla guerra e alle politiche neoliberiste.
Un ulteriore e non scontato elemento di novità è rappresentato dalla positiva evoluzione dei rapporti tra i due partiti comunisti esistenti in Italia: il Prc e il PdCI. Anche qui, non va sottovalutata la portata dell’evento, emblematicamente compendiata dal caloroso saluto che il Congresso dei Comunisti Italiani ha tributato al presidente della Camera. Non è qui il luogo per analizzare in dettaglio i presupposti della suddetta evoluzione, ma non penso che essa sia meramente dettata da urgenze congiunturali. In questi ultimi anni, i due partiti hanno seguito un loro autonomo itinerario, non senza sviluppare al loro interno una riflessione anche autocritica: di fatto, ciò ha condotto a momenti di oggettiva convergenza. E – a chi, come me, apprezza il valore dei simboli – non può che far piacere il fatto che, dopo tutto, sono questi i partiti che hanno mantenuto la parola ‘comunista’ nel loro nome e la falce e il martello nel loro logo.
Per descrivere schematicamente il secondo dei compiti che considero essenziali per il nostro futuro, mi avvalgo di una citazione estratta dall’intervento che Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi svolsero circa un paio di anni fa nell’ambito dell’importante convegno della cosiddetta “Rive Gauche”, il quale riunì a Roma politici ed economisti per offrire un contributo di idee alla “critica dell’economia politica e le linee programmatiche delle coalizioni progressiste” (Cfr. Rive Gauche, Manifestolibri, Roma 2006). Essi notarono allora che i temi su cui erano chiamati ad esprimersi “avrebbero richiesto un lavoro di anni e ben altro approfondimento di quel che è possibile nelle poche ore di una giornata pur intensa”; aggiunsero criticamente che “i politici erano assenti quando parlavano gli economisti e che gli economisti e il pubblico dovevano restare muti quando parlavano i politici”; sollecitarono altresì “meno protagonismo sotto i riflettori delle sale convegnistiche o sulle pagine dei giornali” e, al suo posto, “un lavoro collettivo di studio ed elaborazione”; stigmatizzarono il fatto che tale lavoro non fosse avvenuto “per responsabilità di molti”; e che, tra queste responsabilità, vi era senz’altro quella delle forze organizzate della sinistra, che “una ricerca del genere, non occasionale (…) avrebbero dovuto metterla in piedi loro”; segnalarono infine il fatto che “così non è stato per la sinistra moderata, la quale al contrario una riflessione in profondità l’ha avviata da anni” (pp.54-55).
Per carità di patria, non mi avventuro a dire come stanno le cose oggi su tale terreno, a due anni di distanza da quel convegno. Resta in ogni caso fondamentale l’esigenza di scavare analiticamente, approfondire attorno all’interrogativo posto allora dai due economisti: “Come stanno le cose, sul terreno dei rapporti sociali di produzione e dei rapporti geopolitici di potere”? Non è forse lo stesso interrogativo di recente riproposto da Rossana Rossanda sulla natura, oggi, del modo di produzione capitalistico e sulle prospettive di una sua trasformazione? Certamente, i tempi dell’approfondimento teorico-strategico non possono essere quelli dell’emergenza politica. Ma sappiamo tutti che, senza operare al suddetto livello elaborativo, anche il più generoso intento unitario rischia di costruire sulla sabbia. Nel nostro piccolo, proveremo a dare con questa rivista il nostro contributo.
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