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Usa, i reduci attaccano Bush e la Cia: «Noi non torturammo i prigionieri nazisti»

di Stefania Podda

su Liberazione del 07/10/2007

Parlano i responsabili degli interrogatori durante la Seconda Guerra Mondiale

Per sessant'anni non hanno parlato, una consegna del silenzio che non hanno mai rotto. Sono gli uomini di Fort Hunt, gli ufficiali che durante la Seconda Guerra Mondiale condussero, per conto del governo americano, gli interrogatori dei prigionieri nazisti. Ma giovedì, quando si sono ritrovati di nuovo insieme a Fort Hunt per la prima volta dal 1940, per ricevere un'onorificenza, hanno evidentemente pensato che fosse giunto il momento di parlare.
Sessant'anni fa il nazismo era per gli Stati Uniti il male assoluto, ora per l'amministrazione Bush il nemico è Osama Bin Laden e la sua rete di terroristi. Eppure, rivendicano oggi quei reduci, mai i soldati americani usarono la tortura come metodo sistematico per ottenere informazioni dai prigionieri. Non lo fecero con i 4mila prigionieri nazisti che avevano a disposizione, ma lo fanno ora a Guantanamo e nelle carceri speciali della Cia.
Una denuncia molto imbarazzante. «Abbiamo ottenuto più informazioni da un generale tedesco giocando a scacchi o a ping pong di quelle che ottengono oggi con la tortura». A parlare è Henry Holm, novantenne fisico del prestigioso Mit di Boston. A lui venne affidato Rudolph Hess, il vice di Hitler. Osso duro, per nulla disposto a parlare. Holm cercò di conquistarsi la sua fiducia davanti ad una scacchiera, con risultati - racconta oggi lui stesso - molto più soddisfacenti di quelli che potrebbero vantare oggi gli ufficiali di stanza a Guantanamo. Con questo non vogliono dire di non aver usato anche una certa rudezza, piuttosto vogliono marcare una differenza con gli attuali metodi di interrogatorio adottati dalla Cia e ormai metabolizzati come ordinaria amministrazione. «Ci siamo sempre comportati con una certa dose di rispetto e giustizia», ha raccontato Gunther Dean. che oggi ha 81 anni e dopo la guerra ha fatto carriera nel Foreign Service, diventando ambasciatore in Danimarca. «Durante molti interrogatori non ho mai alzato la mano contro nessuno - gli ha fatto eco George Frenkel -. Riuscivamo a ricavare le informazioni in una battaglia di intelligenze ed astuzia, sono orgoglioso di non aver mai compromesso la mia umanità».
E di fronte a quanto succede ogni giorno a Guantanamo e in Iraq, uno dei reduci ha pensato di non poter accettare l'onorificenza: «Mi sembra - ha spiegato Arno Mayer, ottantunenne professore di storia europea a Princeton - che l'esercito ci voglia usare per dire "abbiamo fatto cose non lecite allora e quindi va bene che le facciamo anche adesso. Ma non è così».

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