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Il movimento che si è dissolto

di Tariq Ali

su il manifesto del 20/03/2008

Cos'è successo al movimento contro la guerra, che esplose nel 2003 mobilitando milioni di persone in tutto il mondo occidentale, al punto da esser definito una volta dal New York Times come «la seconda superpotenza»?
Il fatto è che esso non è mai stato un movimento vero e proprio ma solo lo spasmo di un giorno, un tentativo spontaneo e disperato dei cittadini di ogni sfumatura politica per fermare la guerra.
Era concepito, se si vuole, come un colpo preventivo contro una guerra che la gente istintivamente sapeva esser basata su un mucchio di bugie. Il giorno in cui la guerra è iniziata davvero, le mobilitazioni contro di essa sono andate a morire. I cittadini, demoralizzati dal proprio fallimento, non hanno più trovato la forza di scendere in strada in gran numero. Pure, nel quinto anniversario di questa crudele e immorale occupazione, i dati che vengono dall'Iraq sono drammatici: oltre un milione di civili morti e più che altrettanti feriti, tre milioni di profughi rifugiati nei paesi vicini, una completa dissoluzione delle infrastrutture sociali del paese e una sua balcanizzazione di fatto. Di fronte a tutto questo la risposta dei cittadini del Nord America e dell'Europa è muta. Perché? Non c'è solidarietà con gli iracheni. Sono arabi, in gran parte islamici: e l'ondata di islamofobia che ha spazzato il mondo occidentale ha portato alla de-umanizzazione di coloro che venivano uccisi. La stessa cosa accadde quando il colonialismo europeo del diciottesimo e diciannovesimo secolo conquistò il Maghreb. Le atrocità commesse dagli italiani in Libia e la pubblica impiccagione del leader ribelle Sheikh Mukhtar non suscitarono nessuna emozione in Italia. I francesi fecero passare un sacco di tempo prima di protestare contro la guerra in Algeria. Gli esempi sono tanti. La «febbre civilizzatrice», oggi come allora, ha smobilitato l'opinione pubblica occidentale. C'è poi il fatto che i gruppi che resistono all'occupazione in Iraq tendono ad essere religiosi (anche se non solo): e i movimenti dei lavoratori o comunque progressisti nell'Europa occidentale, sempre più in crisi, sono indifferenti al loro destino - così come sono indifferenti alle sofferenze dei palestinesi. Tutto ciò è anche un riflesso di quanto sta accadendo nello stesso Occidente. Perché anche se negli ultimi quattro anni si può a stento dire che ci sia stata una qualsiasi mobilitazione contro la guerra, pure una maggioranza dei cittadini del Nord America e dell'Europa è ancora a favore del ritiro di tutte le truppe straniere dall'Iraq: ma le loro voci non sono ascoltate dagli establishment politici. C'è una crescente crisi di rappresentanza politica nell'Occidente. La democrazia viene svuotata. Nella campagna elettorale statunitense entrambi i candidati democratici pubblicamente sono a favore di un ritiro dall'Iraq, ma in privato riassicurano i militari sul fatto che non intendono davvero ritirarsi e devono dirlo perché la gente è scontenta. Infine, il fatto che non ci sia la leva obbligatoria negli Stati uniti comporta che la maggior parte della popolazione non è toccata direttamente dalla guerra. Le famiglie di militari ostili alla guerra sono il solo serio gruppo di pressione. Invece della coscrizione, gli Stati uniti hanno reclutato mercenari da tutto il mondo: ci sono cinquemila ugandesi, migliaia di centroamericani, sudafricani e altri che vengono pagati a prezzi di mercato per combattere in Iraq. A chi importa se muoiono? E' un rischio che assumono per guadagnare soldi e la cittadinanza americana. E' un quadro sinistro, che dovrebbe motivare qualche riflessione tra i cittadini dell'Occidente.

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