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Haaretz si «riorganizza», via i giornalisti pacifisti

di Michele Giorgio

su il manifesto del 13/07/2008

Licenziati o trasferiti: il quotidiano perde Hass, Rapaport e Levy

Da Haaretz, il più autorevole dei quotidiani israeliani, con lettori in tutto il mondo grazie alla sua edizione online gratuita e in lingua inglese, sono scomparse alcune delle firme che lo hanno reso celebre nella copertura del conflitto israelo-palestinese.
Amira Hass, storica corrispondente prima da Gaza e poi da Ramallah, scrittrice prolifica, conosciuta e stimata anche in Italia, ha dovuto optare per un anno sabbatico allo scopo di sottrarsi ad una «riorganizzazione» che, unita al taglio del numero dei giornalisti, rischiava di lasciarla senza lavoro. Hass spera in tempi migliori ma al suo ritorno in redazione, all'inizio del 2009, dovrà rinegoziare il suo rapporto con il giornale e non è affatto sicura di ottenere il rinnovo del contratto.
Il lavoro invece lo ha già perduto Meron Rapaport, noto per le sue inchieste scomode, specie sulle armi proibite. «Un paio di mesi fa sono stato convocato dai responsabili dell'amministrazione e mi hanno detto che non avevano più bisogno di me. Secondo loro agivo troppo da battitore libero e scrivevo in modo eccessivo di arabi e palestinesi, un argomento che sarebbe ormai di scarso interesse per i lettori», racconta Rapaport che ora collabora con un programma educativo di un canale televisivo locale. Che la «riorganizzazione» e i tagli riguardino in particolare i giornalisti pacifisti, lo indica anche la ricollocazione parziale nella redazione spettacoli di Gideon Levy - noto per «Twilight Zone» che porta a conoscenza del pubblico israeliano storie di vita ed occupazione nei Territori - e il ridimensionamento dell'analista Akiva Eldar e dello scrittore e storico Tom Segev.
Gli ultimi sviluppi sono il risultato di un processo cominciato oltre un anno fa. Il proprietario di Haaretz, Amos Schocken, uno storico sostenitore della soluzione «due Popoli, due Stati» per il conflitto con i palestinesi, si è impegnato a rilanciare il giornale in vari modi e ha anche ceduto il 25% della proprietà ad azionisti tedeschi. Se fino a qualche anno fa diffondere le idee era il suo primo obiettivo, ora appare sempre più interessato a tenere i «conti in ordine».
Come nel caso di molti editori, nel rilanciare Haaretz il suo primo pensiero è stato quello di licenziare e tagliare i costi. Poi ha deciso di dare uno spazio crescente all'economia. Pare che Schockem e i nuovi direttori, Dov Alfon (edizione in ebraico) e Charlotte Halle' (edizione in inglese), siano particolarmente attenti ai risultati dei frequenti sondaggi che vengono svolti tra i lettori. «Chi legge Haaretz in Israele in genere appartiene alla classe media di origine ashkenazita (europea, ndr) e queste persone rispetto a qualche anno fa si mostrano più interessati all'economia che all'attivismo pacifista e alle notizie che arrivano dei Territori occupati», dice con amarezza Amira Hass. «È un fenomeno che riguarda gran parte della nostra società - aggiunge da parte sua Meron Rapaport - e questo ha offerto agli amministratori (di Haaretz) l'occasione per darmi il benservito. Le mie storie, hanno detto, non riscuotevano più l'interesse dei lettori che ne avrebbero abbastanza di arabi e palestinesi».
La proprietà e l'amministrazione negano che i tagli siano diretti a colpire i giornalisti di sinistra. Ripetono che la «riorganizzazione» ha l'unico scopo di razionalizzare le spese e aumentare i ricavi, fanno notare che tra quelli mandati a casa c'è anche Shmuel Rosner, il corrispondente da Washington che non era noto per posizioni pacifiste. Ma il giornale è già cambiato.
Pur pubblicando ancora analisi e approfondimenti interessanti, ora presenta più di rado in pagina servizi e storie dai Territori occupati. L'«anno sabbatico» di Amira Hass, il licenziamento di Rapaport, lo spazio minore a disposizione di altri giornalisti progressisti - a cui si aggiunge il pensionamento di Danny Rubenstein, un esperto di palestinesi - stanno impoverendo un mezzo d'informazione che ha aiutato tanti a capire la realtà mediorientale.

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