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Chi tocca lo Yemen si scotta
di Patrick Cockburn
su il manifesto del 03/01/2010
Mosaico di autorità tribali, il paese arabo - prossimo obiettivo Usa - rischia di trasformarsi in una trappola per Obama Senza contare che un intervento può fomentare altro odio. La reale forza di Al Qaeda non è che riesce ad addestrare uno studente nigeriano fanatico a cucirsi un po' di esplosivo nelle mutande, ma che provoca una risposta spropositata di Washington a ogni attentato abortito
Noi siamo gli awaleq
nati nell'amarezza
Siamo i chiodi che si infilano nella roccia
Siamo scintille dell'inferno
Chi ci sfida finisce bruciato
Questo è il canto tribale della potente tribù degli Awaleq nello Yemen, con cui di fatto sfidano il mondo intero. Il suo tono arrabbiato dà un'idea della vita quotidiana nello Yemen e dovrebbe far riflettere quanti negli Stati uniti chiedono un maggior coinvolgimento americano nel paese della Penisola arabica dopo il fallito attentato da parte dello studente nigeriano che ha detto di aver ricevuto addestramento proprio lì.
Lo Yemen è sempre stato un posto pericoloso. Il nord montagnoso del paese, di una bellezza stupefacente, è un paradiso di guerriglieri con villaggi super-difesi e città che si inerpicano sulle cime. Gli yemeniti sono di un'ospitalità eccezionale, anche se con qualche limite. Ad esempio, la tribù kazam a est di Aden è generosa con gli stranieri di passaggio, ma ritiene che le leggi dell'ospitalità vengano a decadere una volta che lo straniero ha abbandonato il suo territorio tribale, allorché diventa automaticamente «un buon bersaglio da colpire da dietro».
Le tribù awaleq e kazam non sono residui esotici ai margini della società yemenita, ma sono politicamente importanti e influenti. L'autorità del governo centrale nella capitale Sanaa è limitata, tanto che questo tende a evitare scontri diretti con tribù, clan e famiglie potenti. Quasi tutti nel paese hanno un'arma, spesso almeno un fucile d'assalto AK-47, ma molti membri di tribù hanno il proprio armamento pesante.
Ho sempre amato quel paese. Dal punto di vista fisico è stupendo, con villaggi di pietra abbarbicati sulle montagne sui cui fianchi sono scavate centinaia di terrazze, che trasformano il panorama del paese in una specie di Toscana all'ennesima potenza. Gli yemeniti sono intelligenti, ironici, socievoli e democratici, infinitamente meglio come compagnia degli ignoranti e arroganti playboy degli altri stati arabi petroliferi del resto della Penisola.
Si tratta di una terra in cui si predilige l'azione immediata. Una volta mi trovavo lì quando un ingegnere cinese è stato rapito mentre andava in macchina sulla strada principale del paese, che collega Aden a Sanaa. Le motivazioni dei sequestratori erano del tutto particolari. È infatti venuto fuori che provenivano da una tribù di allevatori di api (lo Yemen è famoso per il suo miele), le cui api vivevano in alveari in tronchi incavati messi su pali di metallo per proteggerli dall'assalto delle formiche.
La polizia aveva compiuto un raid nel villaggio della tribù e danneggiato alcuni alveari, per i quali i proprietari chiedevano compensazioni. Il governo tardava nel versare gli indennizzi e i membri della tribù hanno deciso di attirare l'attenzione sulle loro richieste sequestrando il primo straniero di passaggio sulla strada principale, che si è trovato a essere l'ingegnere cinese.
La retorica dello «stato fallito»
Lo Yemen è un mosaico di autorità conflittuali, anche se queste varie autorità sono spesso limitate a pochi villaggi. Comunità più larghe includono gli sciiti nel nord del paese vicino a Saada con cui il governo sta combattendo una sanguinosa guerra civile. L'unificazione del Nord e del Sud nel 1990 non si è mai veramente concretizzata e il governo teme il secessionismo del sud. La sua abilità nel cooptare gli oppositori è oggi sotto minaccia a causa della caduta dei proventi del greggio e del progressivo prosciugamento dei pozzi di petrolio.
È in questo affascinante ma pericoloso paese che il presidente Barack Obama vuole aumentare il coinvolgimento politico e militare degli Stati uniti. Operazioni congiunte saranno portate avanti da militari statunitensi e yemeniti. Ci saranno attacchi con droni americani su villaggi in cui si presume che al Qaeda abbia le proprie basi. C'è un uso sproporzionato da parte di politici e commentatori americani dell'espressione «stato fallito» in relazione allo Yemen, come se questa legittimasse in qualche modo un intervento dall'esterno. È straordinario che l'élite politica degli Stati uniti non abbia mai riflettuto sul fatto che le sue più grandi sconfitte sono state in cosiddetti «stati falliti», come il Libano nel 1982 (quando 240 marines sono stati fatti saltare in aria), la Somalia all'inizio degli anni '90 (quando il corpo di un pilota di elicottero americano è stato trascinato lungo le strade di Mogadiscio), l'Iraq dopo il rovesciamento di Saddam Hussein, e l'Afghanistan dopo la presunta caduta di taleban.
Due dollari al giorno
Lo Yemen ha tutti gli ingredienti esplosivi di Libano, Somalia, Iraq e Afghanistan. Ma il super-falco senatore Joe Liberman, presidente della Commissione per la sicurezza del Senato, ha felicemente confermato questa settimana che i berretti verdi e le forze speciali Usa sono già là. Ha citato con approvazione un funzionario americano a Sanaa che gli ha confidato come «l'Iraq era la guerra di ieri. L'Afghanistan è quella di oggi. E, se non agiamo in modo preventivo, lo Yemen sarà la guerra di domani». In pratica, raid preventivi accelereranno probabilmente il coinvolgimento americano nello Yemen.
Gli Stati uniti si troveranno coinvolti perché il governo yemenita vorrà manipolare l'intervento americano per i propri interessi e rafforzare il suo scarso potere. Ha a lungo tentato di raffigurare i ribelli sciiti del nord come fantocci dell'Iran per avere sostegno da parte di Arabia Saudita e Stati uniti. Quanto ad Al Qaeda nella penisola araba, ha probabilmente solo qualche attivista in Libano, ma il governo del presidente Ali Abdullah Salih ritrarrà i suoi vari oppositori come legati in qualche modo ad Al Qaeda.
Nello Yemen gli Stati uniti interverranno in favore di una parte in un paese che è perennemente a rischio di scivolare nella guerra civile. Questo è già successo. In Iraq, gli Stati uniti sono intervenuti a sostegno degli arabi sciiti e dei kurdi contro gli arabi sunniti. In Afghanistan sono alleati con i tagiki, gli uzbeki e gli hazara contro la comunità pashtu. Quali che siano le intenzioni di Washington, la sua partecipazione in questi conflitti destabilizza il paese perché una delle due parti sarà inevitabilmente dipinta come il quisling dell'invasore straniero.
Nonostante le lealtà settarie, tribali ed etniche, tutti i paesi dove sono intervenuti gli americani in Medioriente hanno una forte identità nazionale. Gli yemeniti hanno una marcata coscienza nazionale e sono fieri della loro identità araba. Una delle ragioni per cui il paese è così povero, con circa la metà degli abitanti che cerca di sopravvivere con 2 dollari al giorno, è che nel 1990 lo Yemen si è rifiutato di partecipare alla guerra contro l'Iraq e di conseguenza l'Arabia Saudita ha espulso 850mila lavoratori yemeniti.
È straordinario vedere gli Stati uniti cominciare a fare gli stessi errori in Yemen già fatti in Afghanistan e in Iraq. Gran parte di quello che sta facendo va a vantaggio di al Qaeda. La reale forza di al Qaeda non è che riesce ad «addestrare» uno studente nigeriano fanatico a cucirsi un po' di esplosivo nelle mutande, ma che può provocare una risposta spropositata degli Stati uniti a ogni attentato abortito. I capi di al Qaeda hanno ammesso apertamente all'epoca dell'11 settembre che l'obiettivo delle loro operazioni era provocare un intervento diretto degli Stati uniti nei paesi musulmani. La formula ha funzionato durante la presidenza di George W. Bush e sembra continuarea funzionare anche con Barack Obama.
Troppo grandi per fallire
Nello Yemen, gli Stati uniti stanno cadendo nella trappola di Al Qaeda. Una volta lì, si troveranno di fronte allo stesso dilemma che devono affrontare in Iraq e in Afghanistan. E diventato impossibile ritirarsi da questi conflitti perché questo significherebbe perdere la faccia. Come Washington ha salvato nel 2008 banche e società assicuratrici dalla bancarotta perché erano «troppo grandi per fallire», così queste guerre stanno diventando troppo importanti per essere perse, dal momento che una sconfitta metterebbe a rischio la pretesa degli Stati uniti di essere l'unica superpotenza mondiale.
In Iraq gli Stati uniti stanno disimpegnandosi più facilmente di quanto sembrava possibile perché il governo è riuscito a convincere gli americani che aveva incassato una vittoria inesistente. Il ritiro degli Stati uniti dall'Afghanistan può avvenire più o meno in modo simile. Ma il rischio di dichiarare vittorie spurie è che tali distorsioni della storia rendono impossibile per gli Stati uniti imparare dagli errori commessi e glieli fanno ripetere, invadendo altri paesi, come lo Yemen.
Tratto da Counterpunch
www.counterpunch.org
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