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Pillay nei campi rom: «Qui è il terzo mondo»

di Cinzia Gubbini

su il manifesto del 12/03/2010

«La visita di oggi nel campo rom abusivo mi ha molto disturbata. Per un attimo, mi è sembrato di trovarmi in uno dei paesi del terzo mondo e non in un paese ricco, anche di storia, come l'Italia». Navi Pillay, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, che ieri ha concluso la sua prima visita ufficiale in Italia - invitata dalla Commissione per di diritti umani del Senato - aveva il viso piuttosto turbato ieri mattina nel campo rom ( se così si può chiamare) di via Marchetti a Roma. Un posto che non viene visualizzato neanche sulle mappe di Google. Non è che si trovi in un posto irraggiungibile: siamo nei pressi di Fiumicino, proprio di fronte c'è il centro direzionale dell'Alitalia, una cittadella fortificata dove lavorano centinaia di persone a giudicare dalle auto parcheggiate. Solo che, esattamente dall'altra parte della strada, spuntano una quarantina di baracche costruite con i soliti mezzi di fortuna, e soprattutto una quantità impressionante di bambini. Come Sergio, Valerio, Matteo, Alicia, Giuliana, e Costantino, un bimbo di due anni con la faccia serissima, che quando viene preso in braccio da Navi Pillay si contorce per tornare da sua madre. Sono tutti nati in Italia, con nomi orgogliosamente italiani. Nessuno di loro però è cittadino e pochissimi vanno a scuola. Sono figli degli ultimi degli ultimi, che però vivono da quarant'anni in Italia. La Commissaria strabuzza gli occhi quando si avvicina Nemad Souleymanovic. In tasca ha una sentenza della Corte europea dei diritti umani. Una storia lunghissima la sua, che è finita tra queste baracche. Nemad e la sua famiglia (quattordici figli) furono espulsi quando a governare Roma c'era il sindaco Francesco Rutelli, che voleva risolvere il problema rom con il pugno duro. Così una notte furono caricati su un aereo diretto in Bosnia i Souleymanovic, compresa l'ultima figlia affetta dalla sindrome di down e costretta su una sedia a rotelle. Rientrarono in Italia dopo due anni, grazie al ricorso presentato dalla Comunità di Sant'Egidio alla Corte europea. Sant'Egidio continua a seguirli e sono stati proprio loro a organizzare ieri la visita al campo. Nemad racconta tutta la storia e le mostra un pezzo di antiquariato: il passaporto jugoslavo in cui c'è la sua foto da bambino: «Quando mi hanno cacciato era così, e non parlavo neanche una parola di bosniaco». Dopo la sentenza, però, non è cambiato nulla: «Viviamo come topi, non abbiamo acqua, abbiamo difficoltà a inserire i nostri figli a scuola perché ovunque andiamo veniamo considerati abusivi». «Sono contenta di essere qui ad ascoltarvi di persona - dice Pillay - perché mi hanno detto cose diverse su di voi: che siete nomadi e non volete far istruire i vostri figli».
Applausi e saluti per Pillay, che prosegue il suo viaggio nel mondo rom italiano nel campo di via Candoni. Uno di quei campi attrezzati - ci vivono cittadini rumeni e bosniaci - in cui in questi anni è stato possibile (non senza fatica) costruire percorsi sia di autogestione - anche se adesso all'ingresso è arrivata la vigilanza - che di inserimento lavorativo. Per la Commissaria è stata preparata un'accoglienza di tutto rispetto: altoparlanti, sedie e tavoli, e la presenza del Comune di Roma nella persona dell'assessore alle Politiche sociali Sveva Belviso. Non è particolarmente audace farsi trovare nel campo dove tutto più o meno funziona - per quanto il progetto Candoni abbia subito qualche scossone proprio dalla decisione del sindaco Alemanno di trasferire qui un centinaio di rom dopo la chiusura di Casilino 900, riducendo ancora di più gli spazi vitali. Ma Navi Pillay la sa lunga, e nella conferenza stampa del pomeriggio dirà: «C'è la tendenza a far prevalere le questioni di sicurezza, e non condivido la decisione di spostare i rom dai campi abusivi a quelli attrezzati, perché questa è una politica che continua a isolarli, precludendo di fatto la possibilità di trovare lavoro».
Prima di ripartire l'Alto Commissario ha anche censurato i respingimenti verso la Libia decisi dal governo italiano. E ha sottolineato che seguirà gli sviluppi della sentenza della Cassazione «perché desta molta preoccupazione l'espulsione di persone con figli minori».

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