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ECONOMIA E SOCIETA':

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0,05: il numero che può salvare il G20 (e noi)

di Andrea Baranes

su Liberazione del 27/06/2010

Nel comunicato finale dello scorso vertice di Pittsburgh, il G20 si era auto-nominato il forum principale per la cooperazione economica internazionale. E’ proprio questo ruolo centrale di coordinamento a essere messo più che mai in discussione alla vigilia del nuovo appuntamento di Toronto. Le ultime settimane hanno visto l’amministrazione Obama promuovere le proprie regole per le banche, la Corea del Sud, seguita pochi giorni dopo dall’Indonesia, decidere per nuovi controlli sui flussi di capitali e la Germania vietare la vendita allo scoperto di diversi titoli.
Misure in gran parte condivisibili, ma che evidenziano come, se non siamo a un vero e proprio “si salvi chi può”, come minimo i governi stanno arrivando all’appuntamento di Toronto in ordine sparso. Non a caso alla vigilia del summit il Fmi ha pubblicato un documento che non insiste tanto sul merito delle misure da adottare, quanto sulla necessità di trovare un coordinamento tra le varie proposte.
Tra quelle più interessanti, l’Unione Europea si presenta a Toronto finalmente unita intorno a una richiesta concreta, quella di suggerire al G20 di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. L’idea è semplice: una tassazione minima, si parla dello 0,05%, su ogni operazione a carattere finanziario. Un’imposta così ridotta non impatterebbe in alcun modo chi investe sui mercati con un’ottica di lungo periodo. Al contrario, chi realizza centinaia di compravendite per speculare su piccole oscillazioni dei prezzi dovrebbe pagare la tassa ogni volta. Si tratta quindi di uno strumento estremamente efficace e specifico per contrastare la speculazione, senza però frenare l’economia reale.
Vista la dimensione dei mercati finanziari, anche un’imposta così piccola permetterebbe di generare un reddito enorme. Le stime più recenti parlano di oltre 650 miliardi di dollari l’anno su scala globale. Risorse essenziali per dare una boccata di ossigeno ai conti pubblici devastati dalla crisi, ma anche per finanziare le politiche sociali, la cooperazione internazionale e la lotta contro i cambiamenti climatici.
Nelle scorse settimane in Italia la Commissione Esteri del Parlamento ha approvato ben tre risoluzioni – con il consenso del governo – che impegnano il nostro esecutivo, «qualora emerga il necessario consenso internazionale, a collaborare con le istituzioni internazionali e gli altri Governi che si sono già espressi a favore della tassa sulle transazioni finanziarie al fine di predisporre una proposta per la sua implementazione».
Pochi giorni dopo, e a seguire la decisione all’unanimità – Italia inclusa – presa dal Consiglio europeo, Berlusconi ha affermato che la tassa sulle transazioni finanziarie era «una proposta ridicola», riuscendo, in una volta sola, ad andare contro il suo stesso governo, il Parlamento italiano, quello europeo, che aveva approvato una propria risoluzione nei mesi scorsi, e il Consiglio europeo.
Se la reale intenzione dell’Italia rimane tutt’ora un’incognita, il Canada, che fissa l’agenda in quanto Paese ospitante, ha dichiarato di non volere discutere questa proposta. Vedremo se l’Unione Europea, presentandosi compatta, riuscirà a superare le perplessità e i veti incrociati. Se questo non dovesse accadere l’Ue dovrebbe andare avanti con la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie all’interno del solo Vecchio Continente o della zona dell’euro. Diverse ricerche hanno dimostrato come una tale soluzione sia fattibile e applicabile senza particolari problemi. La crisi della Grecia e gli attacchi speculativi all’euro, al contrario, hanno palesato quanto sia necessaria. E’ giunta l’ora di introdurre una misura in grado di restituire alla politica il controllo su una finanza senza regole. Un mancato accordo a Toronto sarebbe un’ ulteriore conferma del fallimento del “modello G20” e dell’incapacità di questi vertici di coordinare le iniziative di politica economica delle maggiori realtà mondiali. Una situazione che le realtà della società civile internazionale giunte a Toronto per protestare contro un G20 che non li rappresenta, stanno denunciando da tempo.

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