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ECONOMIA E SOCIETA':

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Il dogma della stabilità finanziaria

di Rosario Patalano *

su Liberazione del 30/06/2010

Il vertice di Toronto ha avuto un solo grande interlocutore: la speculazione finanziaria internazionale. Ed è in risposta a questa presunta minaccia, presentata sempre - e solo a fini strumentali - come incombente, che i governi del G20 hanno raggiunto una sostanziale convergenza prendendo la decisione di attuare politiche di risanamento con l’obiettivo di dimezzare il deficit pubblico entro il 2013. Un impegno solennemente riaffermato proprio dal cancelliere tedesco Merkel, che così conferma il deciso orientamento della Germania a favore del risanamento finanziario preso già in sede europea.
Si può senz’altro dire che “l’alternativa Obama”, che emerse nettamente al precedente vertice di Pittsburg, è ora fortemente ridimensionata, di essa sopravvive solo qualche richiamo alla necessità di completare l’architettura di controllo sull’attività finanziaria internazionale. Nella sostanza le politiche espansive e di sostegno alle fasce sociali più deboli colpite dalla crisi, potranno essere praticate finché non entreranno in contraddizione con la stabilità della finanza pubblica. La sostenibilità del debito resta l’obiettivo prioritario, un’affermazione di principio che si caratterizza come una sorta di avvertimento per chi (classi sociali più deboli, soprattutto) volesse ignorare che i governi del G20 subordineranno ogni altra politica al risanamento finanziario. Per questo il documento finale non esita ad esprimere il plauso per il piano di risanamento finanziario recentemente approvato dal Giappone.
Il risultato del summit è stato poi accompagnato, non del tutto casualmente, dalla pubblicazione dell’Annuale Rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali (Bir), che richiama proprio l’attenzione sui pericoli provenienti dalla politica monetaria espansiva, raccomandando alle banche centrali la predisposizione in tempi brevi di una exit strategy per evitare che tassi di interessi troppo bassi, praticati per lungo tempo, possano facilitare comportamenti speculativi da parte degli intermediari finanziari, abbassando il livello di affidabilità del sistema bancario internazionale, che resta, si legge nel rapporto, ancora esposto a possibili perdite.
A Toronto si è deciso insomma che le politiche espansive non saranno praticabili da tutti e illimitatamente, ma avranno un raggio di applicabilità ristretto e temporaneo.
Tutto ciò che si spende adesso nell’emergenza sarà recuperato integralmente nell’immediato futuro, affinché il sentiero virtuoso della stabilità finanziaria non sia mai abbandonato, neppure di fronte alla più grave depressione del secondo dopoguerra. Qualche concessione al realismo è richiamata solo dall’affermazione che i sentieri di rientro saranno definiti in base alle particolari situazioni nazionali.
La strategia Usa che punta a fare della crescita la priorità assoluta (complice la politica monetaria espansiva della Fed) per poi raccogliere i frutti in sede di risanamento finanziario solo a ripresa consolidata è rimasta quindi isolata. Ma questa solitudine non dispiace all’amministrazione americana che sembra muoversi da un po’ di tempo in una prospettiva decisamente più isolazionista. Obama e Geithner hanno ribadito che gli Usa intendono essere competitivi sul piano commerciale, abbandonando la loro tradizionale posizione di mercato di sbocco. E’ un ruolo nuovo che porrà sicuramente nuovi problemi sul piano della stabilità internazionale.
Il quadro che emerge è estremamente preoccupante. Il richiamo, soprattutto da parte americana, ad una maggiore competitività sul piano commerciale (che si rifletterà sicuramente in una più marcata instabilità valutaria, in assenza di un accordo per la riforma del sistema monetario internazionale, di cui timidi accenni si erano pur avuti a Pittsburg) e la prospettiva di politiche deflazionistiche, a medio termine, riproducono una pericolosa miscela che ha molti elementi di affinità con la situazione degli anni Trenta, quando i governi furono incapaci di praticare politiche coordinate, interessati più a mantenere in equilibrio i loro bilanci pubblici e a competere sul piano commerciale, che a dare risposte concrete a crescenti masse di disoccupati. Dopo Toronto sembra che il sentiero che ci apprestiamo a percorrere sia identico.

*Università di Napoli Federico II

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