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ECONOMIA E SOCIETA':
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Istat: in nero il 17,5% del Pil Tutto esentasse
di Roberto Tesi
su il manifesto del 14/07/2010
Il «nero», ovvero l'economia sommersa, seguita a dilagare: nel 2008 il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico è compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro. Per l'Istat (che ieri ha presentato le statistiche ufficiali 2000-2008 sull'economia sommersa), il peso del «nero» nel 2008 oscilla il 16,3% e il 17,5% del Pil, un po' meno del 2000 quando era compreso in una forbice tra il 18,2% e 19,1% del Pil. Tra il 2000 e il 2008 l'ammontare del valore aggiunto sommerso segna una tendenziale flessione, ma il trend sembra eesersi invertito nel 2008: c'è una ripresa sul 2007. Con l'economia sommersa prospera l'evasione fiscale e contributiva. E l'Istat ci spiega come si fa a produrre in «nero». Il primo sistema è l'utilizzo di lavoro irregolare: nel 2008 sono state quasi 3 miloni le «Ula», Unità di lavoro non regolari con un peso pari all'11,9% dell'input di lavoro complessivo. Ma, aggiunge l'Istat, nel 2009 la quota è salita al 12,2%. Se le prestazioni lavorative sono non regolari, e quindi non direttamente osservabili, «producono un reddito che non viene dichiarato dalle unità produttive che le impiegano», spiega l'Istat, secondo cui «nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto prodotto dalle unità produttive che impiegano lavoro non regolare risulta pari al 6,5% del Pil».
Ma l'economia sommersa è anche molto altro. «La parte più rilevante del fenomeno è costituita dalla sottodichiarazione del fatturato e dal rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito. Nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto non dichiarato dovuto alle suddette componenti raggiunge il 9,8% del Pil». A livello settoriale, la maggiore incidenza di unità di lavoro non regolari e con un tasso di irregolarità in aumento dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009 si registra nell'agricoltura.
L'Istituto di statistica individua tre diverse tipologie di occupati in nero: a) gli irregolari residenti; b) gli stranieri non regolari; c)le attività plurime non regolari. Cioè lo svolgimento di un secondo lavoro in nero. Dal 2001 gli irregolari residenti rappresentano la componente più rilevante delle unità di lavoro non regolari e si attestano nel 2009 intorno a 1 milione e 652 mila unità. Un'altra componente rilevante è rappresentata dalle unità di lavoro riferibili alle posizioni plurime (937 mila unità). Gli stranieri clandestini rappresentano, invece, la componente più piccola del lavoro non regolare: «appena» 377 mila unità di lavoro nel 2009. Sono loro i più sfruttati.
Nonostante vari interventi di sanatoria, tra il 2001 e il 2008 il numero di lavoratori stranieri irregolari in Italia è cresciuto, subendo un'inversione di tendenza soltanto nel 2009. Tale dinamica è dovuta presumibilmente a una crescita tendenziale della domanda di lavoro da parte delle famiglie (in particolare colf e badanti), che solo nel 2009 è stata controbilanciata dalla diminuzione degli stranieri occupati nelle imprese. «Nel periodo 2001-2008 gli interventi normativi - conclude l'Istat - hanno, quindi, agito nella direzione di un contenimento del lavoro non regolare, consentendo di trasformare lavoratori già occupati irregolarmente in posizioni lavorative regolari.
La crisi economica dell'ultimo biennio, invece, ha modificato il quadro che, sebbene ancora basato su evidenze statistiche che dovranno essere consolidate, evidenzia una riduzione complessiva dell'occupazione pari a 660 mila unità, con una forte contrazione del lavoro regolare (-668 mila unità), accompagnata da una lieve crescita del lavoro non regolare (+8 mila unità). La diversa dinamica del lavoro regolare e non regolare ha determinato una modesta crescita del tasso di irregolarità, passato dall'11,9% del 2008 al 12,2% del 2009».
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