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ECONOMIA E SOCIETA':

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Iperfordismo

di Giuseppe Carroccia

su redazione del 16/07/2010

La scelta della Fiat di licenziare gli operai che osano protestare contro le disumane condizioni di lavoro che gli si vogliono imporre senza nemmeno la possibilità di aprire una trattativa, svela la natura profonda della morsa materiale e ideologica con la quale il capitalismo del 21° secolo tende a piegare l’intera società.
Non solo in Italia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo sempre più il lavoro diviene sinonimo di sfruttamento.
Pertanto nessuna concertazione è possibile, ma solo cedimento e passivizzazione.
Chi continua a lottare deve essere eliminato, con ogni mezzo a disposizione.
Non si fanno prigionieri, perché potrebbero ribellarsi. Non potendo produrre merci e plusvalore solo con l’automazione, si cerca di rendere gli operai automi.
Ma gli operai, come i fatti , hanno la testa dura e continuano a ribellarsi.
Questa è la verità che i padroni non vogliono accettare e che li porta a comportamenti fascisti.
Come da anni instancabilmente ci ricorda la compagna Braccitorsi è nel cuore nero del capitalismo che nascono i fascismi e le guerre. Per questo non bisogna mai abbassare la guardia. E capire realmente quello che succede.
Da vent’anni acriticamente la sinistra ha subito la nozione di postfordismo e ha persino cercato di trovare elementi progressivi nella cosiddetta qualità totale.
Eppure, molto seccamente e sinceramente, i teorici del toyotismo, chiarivano che l’obbiettivo finale è fermare la catena, non perché gli operai scioperano, ma perché il ritmo è talmente disumano(gli abbiamo messo talmente il fuoco al culo: questa è l’espressione letterale nei loro volgari testi sacri) che diventa insostenibile proseguire il lavoro.
Recenti episodi che hanno meritato solamente qualche trafiletto nelle pagine della cronaca spiegano con drammatica evidenza le conseguenze pratiche di questa ideologia padronale.
Dalla Francia dove in una grande azienda l’aumento dei suicidi ha reso difficile la sostituzione di personale altamente qualificato, a Formosa dove in una azienda multinazionale si faceva firmare agli operai l’impegno a non suicidarsi con la clausola che a pagare i danni dell’eventuale suicidio fossero le famiglie dei lavoratori con una modalità di vendetta trasversale di tipico stampo mafioso. Fino al nordest padano dove a suicidarsi sono i padroncini strozzati dalla crisi economica, dalle società finanziarie, e dalla mancanza di una politica industriale del governo leghista.
Dalla Toscana dove in un call center che promuoveva prodotti fasulli i giovani lavoratori venivano fustigati se non riuscivano a truffare un numero significativo di clienti; al supermercato di Roma dove alle cassiere veniva impedito di sedersi come rappresaglia per l’aumento dei furti di cui venivano implicitamente ritenute responsabili.
Oppure il caso di quei rappresentanti che per migliorare le proprie performance venivano indotti a camminare sui carboni ardenti in modo talmente letterale che sono finiti al pronto soccorso.
Il fatto che nessuno abbia pensato a una perizia psichiatrica individuale dimostra come in realtà sia diffusa la consapevolezza della follia collettiva che il capitalismo produce, di come và il mondo.
Và come quel macchinista dell’alta velocità che esce di casa con due bottigliette, una piena d’acqua per bere durante il viaggio, l’altra vuota per orinare visto che è rimasto solo a guidare il treno e per quattro ore non può andare nella toilette e siccome l’età media è alta per il blocco del turn over e la prostata non segue l’andamento dell’aumento dell’età media della vita, ma dopo i cinquanta comincia a dare problemi quella è l’unica soluzione razionale per non disturbare il manovratore e far arrivare il treno in orario.
Questi sono i nostri tempi moderni. Peggiori di quelli descritti nel film di Chaplin perché sono usciti dalla fabbrica e plasmano l’intera società, a partire dall’immaginario, dalla scuola e dai servizi alle persone che per questo si vogliono privatizzare.
Il turbo capitalismo produce iperfordismo, la frantumazione persino della coscienza, di ogni forma di cultura diversa o alternativa a quella dominante.
Un buco nero che tutto assorbe e disintegra.
Il problema principale non sono pertanto Marchionne, la Marcegaglia(o Berlusconi) contro i quali dobbiamo organizzare la lotta come stanno facendo gli operai e le operaie del gruppo fiat dopo il coraggioso esito del voto di Pomigliano.
Il problema è costruire una alternativa credibile al capitalismo del 21° secolo che non ha più tempo ne voglia per raccontare le favole sul libero mercato e sul progresso, ma ha gettato la maschera e si manifesta per quello che è sempre stato: un tallone di ferro che schiaccia la vita e la dignità delle persone e dei popoli.
Pazientemente ricominciamo a tessere la nostra tela unitaria, a serrare le fila, a valorizzare ogni momento di resistenza, ogni vittoria e risultato anche se parziale.
Ogni lunga marcia comincia sempre con piccoli passi.
A noi che siamo figli e nipoti della Resistenza non spaventerà certo andare con le scarpe rotte.
E poi nell’universo non ci sono solo i buchi neri, ma anche i tramonti rossi.

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