Ricerca avanzata >>
PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA:
Stampa questo articolo
CPN del 17/18 Luglio 2010 - Intervento di Alberto Burgio
di Alberto Burgio
su redazione del 21/07/2010
Che l’appello per l’unità della sinistra, rivolto alle forze sociali e politiche della sinistra di alternativa, sia oggetto di dibattito tra noi, è una cosa giusta e utile. Non capisco invece lo scandalo sollevato da qualche intervento.
Qual è la logica politica dell’appello? Si tratta dell’unità d’azione della sinistra di alternativa, cioè della proposta, rivolta ad altri soggetti, di fare insieme ciò su cui si è d’accordo. Il che (lo dico al compagno Mainardi, che in un appassionato intervento ci ha spiegato che le altre forze sono diverse dal nostro partito) presuppone precisamente che di forze diverse si tratti: altrimenti non proporremmo l’unità d’azione, ma la fusione in un unico soggetto. Gli obiettivi indicati nell’appello sono da tempo al centro delle nostre battaglie: la difesa dei diritti del lavoro e del contratto nazionale; la difesa della Costituzione; la critica della politica economica da Maastricht e Lisbona a Tremonti. Non si tratta nemmeno di un appello all’unità delle forze democratiche contro la destra che devasta le condizioni materiali del lavoro dipendente e vandalizza lo Stato di diritto. Non ci si rivolge al Pd (benché per «cacciare Berlusconi» una qualche unità tra le forze democratiche sia un presupposto ineludibile), tant’è vero che l’obiettivo centrale dell’appello è la lotta contro il bipolarismo. E allora? Dov’è il problema?
A me sembra che quella affermata dall’appello sia precisamente la linea che il Cpn ha stabilito già da tempo, e così mi spiego il fatto che l’appello ha raccolto ampi consensi in tutte le aree del Partito. Se è così, averlo lanciato non è soltanto legittimo. Mi pare doveroso che ciascuno di noi si faccia promotore di iniziative del genere, che favoriscono l’aggregazione di forze sulla linea del Partito. Altrimenti non capisco quale sia la funzione di un gruppo dirigente nel Paese.
Se invece le cose non stanno così, e la linea sostenuta dall’appello è diversa da quella del Partito, allora chiederei mi si spiegasse che cos’è la Federazione della sinistra e qual è la logica politica sottesa alla proposta di manifestazione unitaria rivolta da Ferrero a tutte le forze di alternativa (proposta sacrosanta e semmai tardiva, se è vero che il furioso attacco del governo al lavoro dipendente, a cominciare dal pubblico impiego, rende più che mai evidente la scomposizione del Paese lungo linee di classe, schiudendo il terreno più favorevole per una nostra iniziativa di lotta). Soprattutto, vorrei mi si spiegasse il senso del documento che voteremo al termine di questo Cpn, nel quale leggo che «proponiamo di lavorare da subito e con determinazione all’unità delle forze della sinistra di alternativa», «di aggregare questo campo di forze per unire la sinistra» e «di aprire un percorso di confronto e di unità» e, ancora, che «occorre tessere e federare, cucire legami politici nel pieno rispetto della dignità di ognuno e di ogni esperienza». Davvero non mi riesce di cogliere alcuna dissonanza tra queste invocazioni e l’appello che, pure, tanto sembra dispiacere ad alcune compagne e ad alcuni compagni.
Allora non vorrei che qui operasse un dispositivo simile a quello che i giuristi chiamano «colpa d’autore», dove non rileva il comportamento, ma l’identità personale di chi lo tiene: se si tratta di un italiano, nessun problema: se si tratta di un migrante, allora è un reato; se è un ricco, è lecito: se è un proletario o un marginale, allora non si può fare. Fuori di metafora, non vorrei che un’iniziativa politica, in sé del tutto conseguente alla linea politica che il Partito si è data in modo pressoché unanime, venisse avversata (anche in termini truculenti) perché assunta da qualcuno piuttosto che da qualcun altro. Naturalmente segnalo questo solo come un vago timore, suscitato dal ricordo di come in passato ha funzionato la dialettica interna in questo Partito. Ma è chiaro che se si imbocca questa strada, si finisce col farsi solo del male.
Queste considerazioni mi conducono all’altro tema della nostra discussione, la questione dell’unità interna del Partito: questione importantissima – direi vitale – troppo seria perché la si agiti in modo strumentale.
Vorrei dire una cosa soltanto, a questo proposito: una cosa forse banale, ma – pare a me – pregiudiziale. L’unità è un bene prezioso. Ricorderei alle compagne e ai compagni quanto è accaduto al Congresso di Chianciano: un congresso drammatico, ma che diede adito alla speranza di una nuova stagione unitaria, dopo anni di «guerra civile» interna al Partito. E oggi varrebbe la pena di cominciare da lì questa nostra discussione sull’unità: chiedendosi se si è fatto quanto dovuto – a partire dai massimi vertici del Partito – per rispondere a quella speranza; se si è lavorato in spirito unitario. O se non si è piuttosto sin da subito cominciato a distruggere, operando scelte di parte, costruendo – proprio come in passato – relazioni privilegiate e dinamiche di esclusione, salvo poi ergersi a difensori duri e puri dell’unità interna.
Ma la cosa che volevo dire è molto più semplice. L’unità è un po’ come l’amicizia: tutto si può fare, meno che imporla. Se c’è qualcuno che intende imporla, l’unità – come l’amicizia – è già stata distrutta. Perché dico questo? Perché a me sembra che ci sia solo un modo per produrre unità: costruirla giorno per giorno nella pratica quotidiana. Non tanto parlarne o invocarla, magari con piglio autoritario. Quanto praticarla, evitando (penso soprattutto ai massimi vertici del Partito) comportamenti che, affermando logiche di parte, suscitano inevitabilmente risposte eguali e contrarie. Inevitabilmente, qualsiasi cosa si decida di scrivere nei documenti, perché non si può chiedere a nessuno di assistere passivamente all’altrui prepotenza.
E vorrei essere netto: la pratica unitaria deve concernere certamente, in primo luogo, la politica (il che significa promuovere la massima partecipazione nella elaborazione della linea del Partito). Ma dev’essere praticata anche sul piano delle relazioni personali, perché non è che possiamo fare finta di non sapere che ci si può dividere e combattere, anche aspramente, pur condividendo la linea politica, perché magari si hanno diverse provenienze, diverse storie politiche, o anche soltanto diverse frequentazioni e reti di relazione. Anzi: mi sembra di poter dire che spesso le divisioni più aspre nascono proprio da queste dinamiche personali, particolaristiche e prepolitiche, quando – dimostrando di non essere all’altezza del proprio compito – ci si preoccupa in primo luogo di garantire le compagne e i compagni che provengono dalle file dell’organizzazione nella quale si era militato in passato, prima ancora della nascita del Partito.
In conclusione: l’unità interna del Partito è un valore, una necessità, un fine. Dobbiamo tutti cercare di rivivificare lo spirito unitario di Chianciano, perché ne va della stessa sopravvivenza del Partito. Ma proprio per questa ragione su ciascuno – nessuno escluso – incombe l’obbligo di cambiare i propri comportamenti, evitando di agitare in toni minacciosi parole che, impiegate in questo modo, non fanno che contraddire se stesse.
Consiglia ad un amico