Ricerca avanzata >>

ECONOMIA E SOCIETA':

Stampa questo articolo

Quel Mezzogiorno in caduta libera

di Francesco Piccioni

su il manifesto del 21/07/2010

La crisi colpisce il paese in modo diseguale. Cresce la differenza tra sud e centro-nord quanto a occupati, produzione, servizi, speranze di vita, infrastrutture, produttività. Riprende forza l'emigrazione interna per motivi economici. Lo Svimez vede una sola possibile via d'uscita: fare del meridione la frontiera dei rapporti col Mediterraneo»

Se in Italia piove, al Sud grandina. Il Rapporto Svimez 2010 non lascia margini alla retorica del «paese che sta meglio degli altri»: non c'è un solo settore economico che non presenti stabilmente un segno meno davanti a un numero invariabilmente più alto di quelli registrati nel centro-nord o negli altri paesi europei. Nemmeno il turismo - che pure potrebbe giovarsi di condizioni climatiche tali da poter programmare una «stagione di 12 mesi» - riesce a migliorare la media: su 100 visitatori solo 10 vanno nel Mezzogiorno (sono 40, ad esempio, per la Spagna meridionale).
Dovunque si guardi il problema è lo stesso: carenze infrastrutturali che derivano da un'antica e ora aggravata assenza di progetto politico-economico, appesantite da una presa della criminalità organizzata capace di «bruciare» in partenza qualsiasi ipotesi di modernizzazione.
Su questo mondo la crisi economica globale - che sta per «festeggiare» il terzo anno di vita - si è abbattuto distruggendo quel poco di industrializzazione costruita con molti fondi pubblici e tanta furbizia privata. Il manifatturiero ha perso qui in un solo anno il 16,6% di valore aggiunto, con devastazioni irrecuperabili in settori come l'esportazione di metalli, il chimico-farmaceutico, i mezzi di trasporto. E dal 2012 non ci sarà più nemmeno lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, con il relativo indotto... Anche nell'edilizia o nel terziario la caduta del Sud è andata a velocità doppia rispetto alla contemporanea crisi del centronord. Trascinando in basso una «produttività» già ampiamente deficitaria (il gap con la parte «evoluta» del paese si attesta ormai intorno al 25%).
Del resto il governo in carica ha di fatto azzerato le «politiche di riequilibrio», già prima molto inferiori a quelle di altri paesi (Germania, Francia, Spagna). Il colpo finale è arrivato dallo storno verso altri obiettivi dei Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), per un totale di 26 miliardi in pochi anni. Vero è che il tasso di utilizzazione di questi fondi da parte degli enti locali era in alcuni casi vergognosamente basso; ma non averli più a disposizione mette a rischio il raggiungimento di molti degli obiettivi indicati nel «Quadro strategico nazionale». La forzatura del «federalismo demaniale» si va oltretutto a sommare a «liberalizzazioni e privatizzazioni» che hanno aggravato il divario Nord-Sud (il contrario di quanto promesso); è infatti molto probabile che gli enti territoriali più deboli economicamente siano spinti ad «adottare comportamenti opportunistici»: ovvero «mettere a valore» quei beni più facilmente collocabili sul mercato.
Lo scenario che emerge dall'analisi dello Svimez è quella di un avvitamento senza quasi più speranze. Le spese per investimenti infrastrutturali sono scese in soli tre anni di quasi il 9% in una parte del paese che presenta una rete autostradale e ferroviaria di fatto preistorica (il 51% delle tratte non è nemmeno elettrificato).
Bassa qualità dei servizi pubblici meridionali, restrizioni nel credito a imprese e cittadini, ecc, sono ormai dei luoghi comuni. Per gli analisti dello Svimez l'unica soluzione è rappresentata da «un profondo processo di ristrutturazione dell'apparato produttivo meridionale» nell'ambito di uno sforzo progettuale per fare del Sud «una frontiera del paese verso il Mediterraneo». Uno spostamento del baricentro, insomma, che invece di continuare a vedere il Sud come la parte lontana e arretrata di un paese ormai saldamente «sbilanciato» a settentrione, fa di questo territorio un possibile «ponte» verso Africa e Medio Oriente. Significa un sistema integrato di porti e reti di trasporto efficienti, non la diffusione puntiforme e fatiscente di oggi.
A pagare il prezzo sono le popolazioni, naturalmente, a partire dai giovani - con tassi di disoccupazione record - ormai protagonisti di un costante flusso migratorio senza ritorno, come anche del fenomeno del «pendolarismo su grandi distanze». Un divario che si misura anche nei livelli di povertà (il 14% delle famiglie può contare su meno di 1.000 euro al mese), con forti difficoltà a far fronte al pagamento delle bollette, le spese mediche oppure quelle «impreviste». Del resto, il 47% delle famiglie qui è monoreddito. E anche se uno il lavoro ce l'ha, la «protezione» della cassa integrazione vale solo per il 25% dei lavoratori (il 50%, nel centronord). Un indicatore aiuta a capire le conseguenze. Anche la «speranza di vita», al Sud, è più bassa: un anno in meno, sia per le donne che per gli uomini.

Per informazioni

Consiglia ad un amico

Ultime Notizie
appuntamenti
Calendario
Settembre 2010
LuMaMeGiVeSaDo
  0102030405
06070809101112
13141516171819
20212223242526
27282930