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LAVORO E SINDACATO:
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Marchionne e l'esercito della salvezza del profitto
di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 29/07/2010
“Ma i padroni dicono sempre NO…” cantava Ivan Della Mea a proposito della lotta per le otto ore a Chicago un secolo fa. I padroni dicono “NO” anche oggi e lo fanno nei modi più aggressivi possibili verso i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Ciò che è accaduto e accade tutt’ora nel gruppo Fiat, sulle imperative parole di Marchionne, è la dimostrazione più lampante della poderosa messa in opera della macchina di ristrutturazione del processo di accumulazione profittuale a scapito delle barriere protettive messe dal movimento operaio nei decenni passati e ora giunte ad un redde rationem inglorioso, nonostante le lotte e i sacrifici di chi suda il salario a Pomigliano, a Termini Imerese e anche nel gruppo Omsa a fare calze.
Ciò che non è riuscito al capitalismo nei decenni passati, i moderni imprenditori tentano di metterlo in pratica spingendosi persino a dichiarare la propria fuoriuscita da Confindustria per evitari i sacrosanti lacci e lacciuoli del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici.
Insomma, Marchionne guarda alla Serbia, come alla Serbia guarda anche la Omsa, perché le agevolazioni fiscali di Belgrado sono promesse in più lustri e per aziende anche piccoline, con un fatturato non abnorme come quello Fiat. Piatto ricco mi ci ficco, e buona notte Italia! E suonano veramente sarcastiche le parole del Cavaliere nero di Arcore che garantisce sulla mediazione governativa: la delocalizzazione, secondo Palazzo Chigi, non dovrebbe penalizzare la mano d’opera italiana. Che brillante intuizione! Peccato che dell’esercito della salvezza del profitto, nel sacro nome del liberismo, rientri anche l’esecutivo oltre ai sindacati firmatari del patto di Pomigliano (se ancora si possono chiamare sindacati) e insieme alle forze politiche e sociali che hanno condiviso la linea Marchionne sul diritto di sciopero. Anzi, sul non-diritto di sciopero. E pazienza se si vìola la Costituzione, se si lede un principio che nessuno fino ad ora aveva neppure sognato di tramutare in ricordo del passato.
La tromba del denaro suona e la concorrenza spinge il mercato ad agire. A queste spade di Damocle che calano sulle teste operaie, si contrappongono a volte risposte demagogiche anche a sinistra, da parte di piccolissime forze politiche che pensano (se ci fanno o ci sono è ancora da appurare) di poter gridare alla nazionalizzazione delle banche prima e all’occupazione totale degli stabilimenti Fiat dopo. Molto bene, dico io. Ma con quali forze?
Dove sono i moderni proletari pronti a questa riscossa così impetuosa? Purtroppo non c’è questo tipo di classismo ad agitare le azioni operaie, e forse è anche un bene che non ci sia. Porterebe solo danni in una fase di disordine economico come questa (fatto salvo che l’economia capitalistica è, per antonomasia, disordinata, squilibrata e per nulla incline alla stabilità, vista la contraddizione che si porta in seno).
Ma la lotta dei lavoratori della Fiat, dalla Polonia all’Italia, lo scambio anche semplicemente di solidarietà che attraversa il Vecchio Continente, mostra che una forma di aggregazione è possibile e la sinistra comunista deve testardamente ritrovare il suo essere, il suo nucleo ispiratore, la sua leva di azione nel conflitto tra capitale e lavoro e deve farlo interloquendo con questi lavoratori, non urlando slogan rivoluzionari che tutto sono tranne che sinonimo di rivoluzione.
Dobbiamo essere vicini ai lavoratori e alle lavoratrici della Fiat e della Omsa per scongiurare anzitutto le delocalizzazioni e per ripristinare quindi un tavolo di trattativa che sconfessi gli accordi precedenti, che ripristini la piena dignità operaia e stabilisca che le debolezze del mercato non le pagano i lavoratori ma i padroni. Perché se il padrone fallisce, tutto sommato le vacanze a Cortina d’Ampezzo per qualche anno riesce ancora a farle. Ma se il lavoratore perde il suo posto non avrà i soldi, per questo autunno, per mandare i figli a scuola… Altro che vacanze.
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