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POLITICA INTERNA:

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La nuova destra di Fini e il bislacco centrosinistra che non c'è

di Marco Sferini

su Lanterne rosse.it del 30/07/2010

Il settimanale Left titola “Provaci ancora, centrosinistra”. E’ l’invito-auspicio che viene rivolto a tutte le forze politiche del centro democratico e della sinistra per rovesciare l’attuale situazione politica italiana. E’ un auspicio condivisibile, anche perché la rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi ha un fondamento prettamente politico e ragioni che vengono da lontano e che hanno radici nella reale rappresentanza del quadro borghese di questo nostro Paese.
La cacciata dell’ex fondatore di Alleanza nazionale dal PDL non è solamente il frutto di beghe di partito, di litigi su questo o quel principio recante il marchio della giustizia giusta e non di quella asservita ai voleri del presidente del Consiglio. Non si tratta, infatti, di una separazione che vive di mere differenze ideologiche o di impostazioni più attualistiche e legate al contesto politico governativo in materia di rispetto delle istituzioni repubblicane.
Il disegno di Fini è abbastanza evidente: formare una destra presentabile in Italia e in Europa, abbandonare le funanboliche e viziosamente private pratiche del premier negli affari pubblici per abbracciare una politica nazionalista, liberista e capace di essere ricevuta dalle cancellerie d’Europa e d’0ltre oceano come affidabile alleata delle ristrutturazioni capitalistiche in atto.
Ora molti vedono in Fini l’anti-Berlusconi, il salvatore della patria, l’uomo di una provvidenza che può liberarci dal Cavaliere nero di Arcore. Niente di più sbagliato e di più accecante.
E’ probabile che i parlamentari finiani sosteranno il governo; è probabile che lo faranno da esterni all’area di governo. Le probabiltà sono tante: elezioni anticipate, nuova maggioranza con Casini, governo trasversale tra PD, Di Pietro, Rutelli, Fini e Casini.
Difficilissimo poter essere preveggenti in questo frangente. Ciò che dovrebbe interessare noi tutti è l’auspicio di Left e porsi una semplice, elementare, banale domanda: caro centrosinistra, sei pronto ad una crisi di governo? Sei pronto a sostituire alla guida del Paese le traballanti destre?
La risposta, almeno per quanto mi concerne nella valutazione complessiva, è sconsolante: non solo le forze dell’ex centrosinistra non sono in grado oggi di proporre una alternativa programmatica e politica, di intesa politica intendo, all’attuale compagine governativa, ma, di più, non sono nemmeno in grado di ragionare sui propri “confini”.
Dopo la sconfitta deflagrante de La Sinistra – l’Arcobaleno nel 2008, le forze politiche a sinistra del PD sono state frantumate da scissioni fatte in nome dell’unità, della novità e di un modernismo culturale che si contrapponevano a quello che veniva definito come “identitarismo”, “settarismo” e via di seguito amenità a gonfie vele.
Questa fase ora dovrebbe essere passata e il lutto per l’extraparlamentarità superato. Ed invece ci sono compagne e compagni che ragionano ancora sul ruolo governativo dei comunisti, su una vocazione in questo senso e sul ruolo futuro di quella alleanza (che si speri diventi qualcosa di più) che abbiamo chiamato Federazione della Sinistra.
E’ quindi arrivato il momento di trovare delle convergenze che rafforzino le singole autonomie politiche e che, al contempo, creino una rete di rapporti politico-sociali con i quali poter ristabilire una sintonia con quelle persone che da anni disertano i seggi, che hanno perso fiducia in noi proprio perché non siamo riusciti a realizzare quanto ci eravamo previsti andando al governo.
Non possiamo illuderci sul ruolo di Fini, o su quello del Partito Democratico: non è un mistero per nessuno che il PD sia disposto al dialogo con questa parte di destra sia sulle riforme – anche della giustizia – che su quelle economiche.
Non possiamo illuderci che da oggi le cose cambieranno. La crisi economica e i bassi salari, le delocalizzazioni e le new company di Pomigliano non saranno certamente Fini e il PD o Casini e Rutelli, e tanto meno Di Pietro a contrastarle.
E noi non siamo ancora pronti a reagire. Abbiamo resistito, con grande tenacia, con una forza incredibile. Abbiamo fatto veramente i salti mortali per dimostrare che non ci hanno cancellato, che ci siamo, che proviamo a cambiare la politica del Paese su un terreno sociale, venendo a contatto con i bisogni delle persone. E non per ruffianeria, ma per ritornare allo spirito originario della “rifondazione comunista”.
Essere diversi. Essere completamente diversi da tutti gli altri: senza paradigmi impostati, senza più parole d’ordine icastiche e prive di significato. Ma con tante contraddizioni dentro e fuori, con mille e mille ancora problematiche sui temi delle alleanze e dei rapporti con le forze democratiche: dal PD a Di Pietro, dai socialisti ai radicali, dai Verdi a Sinistra Ecologia Libertà.
Prima di gridare all’unità del centrosinistra ne vanno costruite le basi. Anzi, occorre una vera e propria rifondazione di un centrosinistra dove i comunisti abbiano il coraggio e la forza di partecipare in posizione autonoma dal PD. Torna l’antico binomio a me caro: autonomia e unità. Un ceintrosinistra di “salute pubblica”, che stia insieme almeno per questo: per fare poche semplici cose, come la riforma elettorale, un ristabilimento degli equilibri democratici e la fine del conflitto di interessi.
Io sono convinto che noi di Rifondazione Comunista non faremo mai mancare il nostro appoggio a misure che vadano nell’interesse dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma questo PD deve scegliere: non può servire Iddio e Mammona. Non può appendere le vecchie bandiere del PCI negli stand delle sue feste e poi avere Colaninno ai dibattiti.
O socialdemocrazia o liberismo. E’ un bivio che il PD deve affrontare. A meno che non si voglia dire che esiste una cultura interclassista che sta alla base del patto politico fondato da Veltroni e continuato ora da Bersani. Legittimo, ma sarebbe poi molto difficile vedere in parlamento leggi sul lavoro approvate anche col voto dei deputati e dei senatori del PRC – FdS.
Dunque Fini oggi tiene a battesimo la sua nuova destra: alla conquista dell’Italia e dell’Europa. Penso che si possa dire che per mandare a casa questo governo siamo disposti (quasi) a tutto. Non ad allearci con Fini, per intenderci. Ecco spiegato il “quasi” tra parentesi. E tuttavia sarebbe uno sforzo vano se alle prossime elezioni anticipate (qualora questo fosse lo scenario che ci si presentasse innanzi) non si andasse con una vera alternativa, sentita come tale dalla gente e non correndo una corsa già data per persa. Forse è la disperazione che deve muoverci tutte e tutti.
In particolare i dirigenti del PD. Forse è proprio il terrore, di robespierrista memoria ma di tutt’altra pasta, che ci deve indurre a mettere in moto un processo che non può che fondarsi su dei compromessi. Ma che siano tali. Perché quei compromessi del passato, del recente passato si sono rivelati, alla fine della fiera, delle subdole trappole, delle malformazioni politiche, dei tatticismi elettoralistici fatti per migliorare la vita ai padroni, non certo ai ceti più disagiati e deboli di questo Stivale.

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